Posted by: torredelfaro | Giugno 14, 2008

Pericolo incendi: prevenire è meglio che spegnere

Torna l’estate e con essa si amplifica, ahinoi, il rischio di incendi su tutto il suolo nazionale.

Mentre stiamo per entrare nel periodo più caldo dell’anno, è ancora vivo il ricordo della stagione 2007, una delle più difficili e drammatiche che si siano mai verificate, avendo lasciando dietro di sé un brusco incremento degli indici statistici e migliaia di ettari distrutti dalle fiamme. E’ stato un fuoco che non ha devastato solo la natura e territorio, ma che ha preso anche vite umane: ventitrè le vittime in Italia, ben sessantotto in Grecia. Tra queste, il tributo più pesante è stato pagato dalla Sicilia nel tragico incendio dell’agriturismo il “Rifugio del falco” di Patti (ME), costato la vita a cinque persone. Una diffusa illegalità ambientale sprezzante di tutto e tutti, che non ha risparmiato nemmeno il territorio affacciato sullo Stretto. Tante, infatti, sono state le notti estive punteggiate dal rosso vivo del fuoco che, inesorabilmente, ha mandato in fumo ampie zone dei comuni di Messina, Reggio Calabria, Villa S. Giovanni e Scilla. 

E’ per questi motivi che riteniamo opportuno, prendendo spunto dal “Dossier Incendi 2007” del Corpo Forestale dello Stato, delineare un quadro della situazione che ci lasciamo alla spalle, in modo da prendere coscienza dei danni talvolta irreparabili arrecati dagli incendi, conoscerne le cause scatenanti e renderci più sensibili verso i valori della tutela e della prevenzione del patrimonio ambientale.

 

Gli incendi boschivi nel 2007

Il bilancio del fuoco nel 2007 è stato uno dei più pesanti che si siano mai registrati: 10.639 incendi, che hanno percorso una superficie di 227.729 ettari, di cui 116.602 boscati. Si tratta della situazione più grave dopo il 2000, anno di approvazione della legge 353 sugli incendi boschivi. Anche il confronto con il periodo precedente al 2000 è negativo. Dal 1997 non si verificava un numero maggiore di incendi (11.612), dal 1993 non bruciava una così estesa superficie boscata (116.378 ettari), mentre bisogna risalire indietro al 1981, nel periodo più drammatico della storia degli incendi in Italia, per trovare una più ampia superficie totale percorsa dal fuoco (229.850 ettari). Rispetto al 2006 il numero di fuochi è quasi raddoppiato, la superficie boscata percorsa è stata sette volte maggiore, quella totale si è quintuplicata. La superficie media per incendio nel 2007 è stata pari a 21,4 ettari, la maggiore mai registrata a partire dal 1970, anno di inizio della rilevazione statistica dei dati sugli incendi boschivi. La gravità della situazione registrata si rivela non solo nel notevole numero di incendi e nelle enormi porzioni di territorio percorse, ma anche per altri parametri: rispetto al 2006 è aumentata la percentuale di superficie boscata percorsa dal fuoco, l’incidenza della superficie bruciata ricadente in aree protette, la concentrazione del fenomeno nei mesi estivi, la dolosità.  

 

 

 

 

 

Il pericolo incendi nell’Area dello Stretto di Messina

Tutte le regioni italiani sono state interessate gravemente dagli incendi, registrando incrementi correlati alle eccezionali condizioni climatiche, maggiori nel sud e nelle isole, più contenuti nell’Italia centrale e settentrionale. Anche l’Area dello Stretto, come tutte le regioni meridionali, è stata colpita in modo violento dall’emergenza estiva, mentre le aree settentrionali della penisola hanno registrato aumenti di minore entità, concentrati prevalentemente nel periodo invernale. In questa situazione generale, che trova comunque riscontro in condizioni prolungate di aridità sia invernale che estiva e in temperature estive eccezionalmente elevate, associate a forti venti, si evidenziano alcune circostanze particolari, meritevoli di ulteriori analisi.

La Calabria, purtroppo, è stata la regione più devastata dal fuoco: 1.880 incendi, oltre 43.126 ettari di territorio percorso, 24.806 ettari di bosco danneggiato. Rispetto al 2006 il numero di incendi è raddoppiato, la superficie boscata percorsa è aumentata di otto volte, quella totale si è quintuplicata. A ciò devono aggiungersi i danni alle strutture e infrastrutture, i rischi per i centri abitati e per la viabilità, le perdite di vite umane (due le vittime a Lappano in prov. di Cosenza). La gravità evidenziata, non eguagliata da altre regioni italiane, pur se favorita dall’aridità, dalle alte temperature, dai venti forti e caldi, non può essere valutata senza tener conto del drastico cambiamento intervenuto in ambito regionale nell’organizzazione antincendio. Infatti, in adempimento al Piano antincendio triennale 2007-2009 adottato dalla Regione Calabria, la titolarità dell’intervento terrestre, nelle varie fasi di avvistamento, coordinamento, spegnimento, è stata attribuita all’Istituzione regionale, lasciando al Corpo forestale dello Stato il coordinamento del concorso aereo nazionale e l’attività di rilevazione e di indagine. L’innovazione introdotta, evidentemente non perfezionata dal punto di vista organizzativo, ha determinato alcune carenze e, talvolta, ritardi operativi nella lotta attiva che hanno contribuito a determinare i gravi danni subiti dal territorio calabrese. Sul versante dello Stretto particolare rilevanza assumono i 68 incendi verificatisi nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, che ha coinvolto 1032 ettari di superficie. La provincia di Reggio Calabria è stata interessata da 336 eventi incendiari, piazzandosi al terzo posto tra le aree più colpite dopo Cosenza e Catanzaro. Quella reggina è tra le 11 province che nel 2007 hanno registrato più di 200 incendi insieme a Latina, Frosinone, Salerno, Cosenza, Catanzaro, Crotone, Agrigento, Sassari, Nuoro e Cagliari.

 In Sicilia, secondo i dati forniti dal Corpo Forestale dello Stato, il fuoco ha avuto un comportamento più prevedibile nella sua drammaticità. Gli incendi sono stati complessivamente 1254, terzo posto assoluto tra le regioni italiane, subito dopo la Campania (1.779) e prima della Sardegna (1.097). La provincia di Messina è stata coinvolta da 163 eventi incendiari, la seconda dopo quella di Agrigento (528), ma è stata la prima in relazione alla superficie percorsa dal fuoco con 11.220 ettari coinvolti. Questo dato la fa rientrare nella triste schiera delle 25 province italiane nelle quali sono stati percorsi dal fuoco più di 1.000 ettari di superficie boscata insieme a: Savona, Ascoli Piceno, Latina, Frosinone, L’Aquila, Pescara, Chieti, Caserta, Benevento, Avellino, Salerno, Foggia, Bari, Taranto, Potenza, Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Palermo, Enna, Catania, Sassari, Nuoro, Cagliari. L’area del Parco dei Nebrodi è stata interessata da 17 incendi che hanno percorso 2.847 ettari di superficie. Sul versante messinese dello Stretto la zona di Monte Ciccia è stata particolarmente battuta dalla fiamme, unitamente ad altre aree pedamontane dei Peloritani.

 

Le cause  
 
Le attività investigative effettuate nel corso degli anni dal Corpo forestale dello Stato hanno individuato tre fattori motivazionali che sono alla base del fenomeno:  

  • colposità, che a volte assume il profilo dell’irresponsabilità, causata soprattutto dalla distruzione dei residui vegetali o dalle ripultiture di terreni e incolti;
  • illegalità diffusa, legata al bracconaggio di cinghiali, a fatti causati dagli addetti e volontari dello spegnimento, a ritorsioni;
  • criminalità rurale, in situazioni in cui pastori sono legati a contesti criminosi, per fini di deprezzamento di terreni e lotti boschivi, intimidazioni, interessi in successive costruzioni edilizie e rimboschimenti;
  • cause naturali , come fulmini, autocombustioni, eruzioni vulcaniche (tutti eventi molto rari).

 

Gli incendi dolosi sono aumentati nel 2007 rispetto allo scorso anno, passando dal 59,9% al 65,5%, mentre quelli colposi hanno subito una lieve contrazione, dal 15,25% al 13,4%. Nell’insieme gli incendi riconducibili all’attività umana hanno rappresentato, nel 2007, il 78,9%. Gli incendi dovuti ad eventi naturali sono stati lo 0,6% del totale, quelli accidentali lo 0,7%. Oltre 2.000 incendi, pari al 19,8%, sono rimasti senza attribuzione. L’aspetto sicuramente più preoccupante è l’aumento della dolosità che, in termini percentuali, risulta la più alta dal 1998 e che in valori assoluti costituisce la causa di quasi 7.000 incendi, più del doppio di quelli dello scorso anno. Analizzando le cause all’interno di ciascuna regione le percentuali della dolosità aumentano. In Calabria gli incendi volontari sono stati il 79% del totale regionale, in Lombardia il 75%, in Campania il 76%, in Sicilia il 72%. Gli incendi colposi sono stati significativi in Puglia, dove hanno inciso per il 30,5%, per motivazioni prevalentemente legate alle pratiche agricole. Sono stati constenti anche in Calabria, in Campania, in Toscana. Gli incendi naturali hanno assunto rilevanza in Trentino Alto Adige, in Piemonte e in Friuli Venezia Giulia, quelli accidentali sono stati soprattutto in Toscana e in Piemonte. Gli incendi rimasti senza l’attribuzione di una causa sono preponderanti in Sardegna, dove gli eventi dubbi sono 669, pari al 61,2% del totale. Individuare le motivazioni che sono alla base della dolosità è una delle fasi dell’attività di indagine compiuta sul luogo dell’incendio, che di per se comporta un notevole grado di difficoltà in quanto si opera in spazi aperti e ampi, nei quali le eventuali tracce sono labili e facilmente alterabili. Anche per questo nella maggior parte degli incendi dolosi, cioè nel 56,6% dei casi, non è stato possibile individuare la motivazione che ha attivato la mano degli incendiari. Nei restanti casi, invece, risultano preponderanti le motivazioni che attengono alla ricerca di un profitto, cui sono stati attribuiti il 31,1% degli incendi dolosi. Gli interessi sono legati alla rinnovazione del pascolo, al recupero di terreni per fini di coltivazione, al risparmio di manodopera, alla speculazione edilizia, a fini occupazionali, al bracconaggio, all’ottenimento di prodotti. In Sicilia, in Calabria e nel Lazio tali motivazioni sono molto rilevanti. In Sicilia si riconduce alla ricerca di un profitto la metà del totale degli incendi verificatisi. Solo il 7,3% degli incendi dolosi è dovuto a turbe comportamentali e piromania (225 incendi in Calabria, 87 in Sicilia), mentre a proteste e risentimenti è stato attribuito il 5% degli incendi volontari. Per quanto riguarda gli incendi colposi sono preponderanti le motivazioni che attengono alle attività agricole e forestali, cui si deve il 43,2% dei roghi non volontari. In questi casi gli incendi traggono origine da fuochi accesi per ripuliture di incolti, per la rinnovazione del pascolo, per la bruciatura di stoppie, per la ripulitura di scarpate stradali e ferroviarie. Ai mozziconi di sigarette e ai fiammiferi accesi lasciati cadere su materiali infiammabili si riporta il 24,7% degli incendi colposi. Altre attività, quali quelle di tipo ricreativo e turistico, nonchè i fuochi accesi in discariche abusive, quelli derivanti dall’uso di apparecchi di vario genere, sono all’origine dell’11,5% degli eventi non volontari. Nel restante 20,6% dei casi non è stato possibile individuare la motivazione della colposità. È ancora la Sardegna la regione nella quale prevalgono le cause colpose non definite.  

 

Prevenire gli incendi

 

Per prevenire gli incendi boschivi molto spesso sarebbe sufficiente rispettare alcune semplici norme di comportamento, così da salvaguardare un patrimonio comune quale è quello boschivo. È dunque buona regola: 

 

  • non gettare, dai finestrini delle auto, mozziconi di sigaretta ancora accesi;
  • non accendere fuochi in prossimità di aree boscate;
  • non accendere in campagna le stoppie in periodi di forte calura e comunque senza aver prima preso le giuste precauzioni;
  • non accendere bracieri di fortuna;
  • non parcheggiare le automobili in zone ricoperte da erba secca: il calore della marmitta potrebbe incendiarle;
  • se si vede un piccolo fuoco lungo il ciglio della strada o dentro un bosco non andarsene via come se la cosa non ci riguardasse, ma provvedere con le proprie forze a spegnerlo;
  • se l’incendio è già di medie proporzioni avvisare subito i Forestali o i Vigili del Fuoco;
  • non accendere fuochi fuori dalle aree attrezzate quando si fanno gite fuori città: è pericoloso e vietato.

 

 

Cosa fare in caso d’incendio


Ma quali sono le contromisure che possiamo prendere contro il fuoco? Ecco un serie di accorgimenti che possono salvare la nostra vita e quella degli altri:
  

  • se è un principio di incendio, tentare di spegnerlo, solo se si è certi di una via di fuga, tenendo le spalle al vento e battendo le fiamme con un ramo verde fino a soffocarle;
  • non sostate nei luoghi sovrastanti l’incendio o in zone verso le quali soffi il vento;
  • non attraversate la strada invasa dal fumo o dalle fiamme;
  • non parcheggiate lungo le strade. L’incendio non è uno spettacolo;
  • la strada è chiusa? Non accodatevi e tornate indietro;
  • permettete intervento dei mezzi di soccorso, liberando le strade e non ingombrandole con le proprie autovetture;
  • indicate alla squadre antincendio le strade o i sentieri che conoscete;
  • mettete a disposizione riserve d’acqua ed altre attrezzature.

 

 Se siete circondati dal fuoco

  • cercate una via di fuga sicura: una strada o un corso d’acqua;
  • cospargetevi di acqua o copritevi di terra;
  • preparatevi all’arrivo del fumo respirando con un panno bagnato sulla bocca;
  • in spiaggia raggruppatevi sull’arenile e immergetevi in acqua. Non tentate di recuperare auto, moto, tende o quanto vi avete lasciato dentro. La vita vale più di uno stereo o di uno zainetto!
  • non abbandonate una casa se non siete certi che la via di fuga sia aperta. Segnalate la vostra presenza;
  • sigillate (con carta adesiva e panni bagnati) porte e finestre. Il fuoco oltrepasserà la casa prima che all’interno penetrino il fumo e le fiamme;
  • non abbandonate l’automobile se non siete certi che la via di fuga sia aperta. Chiudete i finestrini e il sistema di ventilazione, segnalate la vostra presenza con il clacson e con i fari.
  • attraversate il fronte del fuoco dove è meno intenso, per passare dalla parte già bruciata;
  • stendetevi a terra dove non c’è vegetazione incendiabile.

 

Infine, è necessario non stancarsi mai di sensibilizzare gli altri sulla necessità di proteggere il nostro già esiguo patrimonio boschivo, fonte di vita e di interesse turistico. Distruggere altri boschi vorrebbe dire facilitare i processi di erosione e desertificazione che già stanno interessando alcune regioni meridionali del paese, Sicilia compresa. Lo Stretto di Messina, per altro, è una di queste zone a rischio. Noi tutti abbiamo il dovere di salvaguardare la natura dei luoghi in cui viviamo, segnalando senza indugi alle Autorità competenti ogni illegalità. Gli alberi sono i pilastri del nostro ecosistema, non scordiamolo mai.

 

 

 

Posted by: torredelfaro | Maggio 9, 2008

Messina: un pò di storia

Il traghetto ha appena lasciato il Continente, la Sicilia si avvicina e l’odore del mare inizia a confondersi con quello delle zagare. Un’atmosfera vaporosa ci assale, il vento  di scirocco si insinua nei nostri pensieri, stiamo giungendo in una nuova dimensione, pressoché astratta, terra prediletta di Eolo e di Efesto, stiamo per sbarcare nell’Isola del Sole.   

E’ Messina a fare gli onori di casa, un’accoglienza di tutto rispetto. Il suo profilo spicca tra il blu quasi violaceo dello Stretto ed i verdi rilievi dei Peloritani. All’imbocco del porto la Madonnina saluta il viaggiatore, entusiasta del suo arrivo o malinconico per un precoce addio. Dai contrafforti collinari i santuari di Montalto e Cristo Re vegliano sulla città, come baluardi di carità posti a curare ogni ferita. Tra le “finestre” delle cortina portuale si intravedono prima le eleganti forme del Vittorio Emanale, poi l’imponenza neoclassica di palazzo Zanca; sullo sfondo di questo quadro idilliaco si elevano il campanile del duomo e le absidi di S. Francesco, quindi le cupole di S. Maria Valverde e S. Antonio Abate.

Le limpide acque del porto, delimitate dalla penisola falciforme di S. Raineri, sono rigate dalle scie di navi dalle mille bandiere, dai perpetui ferry-boat e degli aliscafi che fanno la spola tra le rive del Fretum Siculum. Un incredibile fermento sembra investire questi ameni lidi, ma, appunto, è solo un’apparenza. Come la Fata Morgana che inganna lo sfortunato viandante, un’altra realtà, più o meno statica, si cela dietro il continuo rimescolarsi delle correnti marine.

Messina, e con essa tutta la terra di Sicilia, è luogo dai tempi compassati. Non gli appartengono i ritmi frenetici e convulsi, o meglio, gli appartenevano. I barili allineati sul molo in attesa di essere stivati sono solo un ricordo, oggi Messina vive beandosi della rinfrescante granita di caffé e delle succulente braciole di pescespada. I suoi abitanti danno per scontato di vivere in un posto unico al mondo e la città, parafrasando De Amicis, “allunga le sue ali bianche lungo il mare” appagandosi con la sua bellezza, senza chiedere nulla di più.

 

La Modonnina del Porto

 

Alba nello Stretto di Messina

 

Il mito

Come ogni luogo in cui la presenza dell’uomo si è protratta nei secoli, Messina trova il suo elemento primordiale nel mito. Tra le tante leggende che si intrecciano, fondendosi, con quella dell’estrema cuspide peloritana, una in particolare ci collega direttamente all’evento primigenio della città: si tratta della leggendaria rivolta dei Titani, istigati da Gaia, la Madre Terra, nei confronti del padre Urano. Alla testa della sollevazione vi è il più giovane dei fratelli, Crono, che con una falce evira il padre nel sonno, gettandone poi gli attributi sessuali nel mare. Lì getta pure la falce, dalla quale però sfuggono delle gocce del sangue di Urano le quali, cadendo sul ventre di Gaia e fecondandola, daranno origine alle terribili Erinni. Ma anche dalla falce sorgerà nuova vita: essa scagliata in mare si trasformerà nella città di Zancle, con il significato, appunto, di “falce”, in riferimento alla forma del braccio sabbioso che chiude il grande porto naturale. La “falce cronia”, come scrive Callimaco, l’antica Messina.

 

Giorgio Vasari, La mutilazione di Urano da parte di Crono, Palazzo Vecchio, Firenze

 

Le origini e la città greca

Sin dall’epoca neolitica (4000 a.C.) l’uomo ha abitato il territorio messinese, in prossimità di Capo Peloro e nella penisola falcata di San Raineri, con una concentrazione avente i caratteri di villaggio capannicolo, nell’area delimitata, oggi, dalla via Primo Settembre a nord, via La Farina ad est, via Santa Cecilia a sud e dalla via Cesare Battisti ad ovest. I Siculi, verso il 1270 a .C., si stabilirono su questa sponda dello Stretto attribuendole il toponimo di Zancla o Zancle. Lo stesso sito viene colonizzato tra il 770 e il 757 a.C. come uno dei primi nuclei della Magna Grecia, dando vera forma di città a questi insediamenti sparsi. Secondo Tucidide i primi abitanti provenivano dalla colonia calcidese di Cuma (guidati da Periere) e dalla stessa madrepatria Calcide, situata nell’isola greca d’Eubea (condotti da Cratemene). Sorprendentemente Zancle corrisponde all’ideale di città tracciato da Ippocrate: esposta ad Oriente, areata dai venti, cinta da monti boscosi, bagnata da acque dolci e salmastre, esposta alle correnti marine ma da queste protette dall’insenatura di un ampio e profondo porto naturale. Il tessuto urbano occupò, verso la fine del VI sec. a.C., un territorio di forma semicircolare il cui diametro costituiva un fronte di un chilometro e mezzo verso nord-est e si estendeva sulla falce.

L’indole innata della città verso il commercio ed i traffici marittimi è subito evidente: come punto di raccordo stabile vengono fondate sul litorale calabrese le sub-colonie di Reghion (Reggio), di Matauro (Gioia Tauro) e di Scilleo (Scilla); sulla costa siciliana dapprima Mylai (Milazzo) e poi nel 648 a.C., più a occidente, Imera (Termini Imerese).

Da un iniziale e arbitrario regime aristocratico caratterizzato dalla “stasi”, la lotta delle fazioni, Zancle come altre colonie calcidesi, grazie all’opera legislatrice di Caronda che introduce un codice di leggi scritte, si avvia verso una forma di governo oligarchico moderato a partire dalla metà del settimo secolo. Un paio di secoli più tardi (494 a.C.), all’indomani delle vittorie di Sparta nelle guerre messeniche, una parte della popolazione di Messene, città del Peloponneso, emigra in Sicilia su invito di Anassila tiranno di Reggio e, stabilendo a Zancle la propria sede, ne cambia il nome in Messanion. Anassila ne approfitta quindi per estendere il proprio dominio su entrambe le sponde dello Stretto, ma il governo unitario delle due città finirà alla sua morte, quando Messene, nuovamente indipendente, intraprende un cammino che conduce a governi democratici. Nonostante Messina goda d’una precaria stabilità politica e sia divisa in due partiti, quello ionico e quello dorico, nel periodo ellenistico è fiorente dimora di filosofi: vi visse Senofane, maestro di Parmenide; vi nacquero Eubulo, scolaro di Pitagora, e l’ateo Evemero.  

Dopo le distruzioni operate dai cartaginesi nel pieno della loro campagna espansionistica (396 a.C.), riprende l’espansione urbana che si attesta tra gli alvei dei torrenti Portalegni e Boccetta, inglobando a sud-ovest la collina di Montepiselli.

 

Messina romana

Nel 289 a .C. la città viene occupata dai Mamertini, guerrieri mercenari così chiamati dal nome del loro dio, Marte (in lingua osca, “Mamerte”). La loro alleanza con Roma diede avvio alla Prima Guerra Punica contro Cartagine, nel 264 a .C.

I buoni rapporti tra i romani e messinesi fanno sì che questi ultimi godano di uno stato privilegiato. Messina diventa una fortezza romana (Oppidum Civium Romanorum), capitale dell’isola (Nobile Siciliae Caput) con proprio Senato e proprie leggi autonome. Gli viene inoltre riconosciuto lo status si città libera ed alleata, formalmente indipendente, esentata dal pagamento di qualsiasi tributo (civitas libera et foederata), unica in Sicilia insieme a Tauromenium (Taormina). Durante il periodo romano l’abitato cittadino si concentra nelle aree intorno all’attuale Palazzo Municipale, nella cui corte sono stati riportati alla luce i resti del cosiddetto Antiquarium, e attraversa una fase di sviluppo urbanistico con la realizzazione di importanti arterie di traffico (la Consolare Valeria e la Consolare Pompea), di templi e ricche residenze patrizie (famosa la casa di Eio Mamertino che sorgeva sull’attuale via Primo Settembre, all’altezza delle Quattro Fontane di via Cardines, ornata di statue degli scultori Policleto, Mirone e Prassitele). Cicerone, nelle orazioni contro Verre, la definì civitas maxima et locupletissima (città grandissima e richissima).

Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente la città rimane legata alla parte orientale e tale si mantiene fino all’invasione araba. Nel 407 l’imperatore Arcadio, grato del risolutivo aiuto ricevuto dai messinesi che lo liberarono dalla prigionia a Tessalonica (l’odierna Salonicco), elesse Messina città principale dell’Impero al pari di Costantinopoli, col titolo di “Protometropoli della Sicilia e della Magna Grecia”. Egli esentò la città anche da ogni imposizione fiscale e concesse allo Stratigò (capo cittadino) Metrodoro, insieme al motto Gran Mirci a Messina, un vessillo con la croce d’oro in campo rosso, insegna imperiale che da allora divenne lo stemma civico.

 

Filippo Juvarra, Il porto di Messina in età romana, diesegno, Biblioteca Reale, Torino

 

Il Medioevo

Con la caduta di Rometta, ultima roccaforte dei Bizantini, nel 965 tutta la Sicilia era stata occupata e sottomessa agli Arabi. Nel 1061, con la presa di Messina da parte di Ruggero D’Altavilla, iniziò la riconquista cristiana della Sicilia. La città rinasce, diventa clavis Siciliae (chiave di volta della Sicilia), è nuovamente crocevia di traffici. Essa è ora approdo obbligato per i Crociati in viaggio verso la Palestina, megalopolis secondo le cronache del tempo, e vive intensamente la gloriosa vita marinara del regno.                Con la liberazione di Messina, vengono ricostruite e rafforzate le mura urbiche. Queste hanno avvio dal Palazzo Reale (attuale Dogana) e corrono lungo il litorale fino alla foce del torrente Boccetta. Salgono quindi lungo l’argine destro rinserrando la fortezza di Matagrifone (attuale Sacrario di Cristo Re), il colle della Caperrina (dove oggi sorge il Santuario di Montalto) e i quartieri sulla riva sinistra del torrente Portalegni (attuale via T. Cannizzaro). Scendono poi verso il mare circondando la contrada del Paraporto dove sono stabiliti numerosi mercanti stranieri interessati alle attività portuali: greci, genovesi, amalfitani, fiorentini, pisani, veneti ed anche ebrei. Si concentrano in prossimità dell’ansa portuale le funzioni caratteristiche della città: il Palazzo Reale, l’Arsenale, il Duomo, l’Arcivescovado. 

E’ quindi Messina ad aprire le porte della Sicilia ad Enrico VI di Svevia nel 1194. Nel periodo svevo la città sviluppa un’intensa attività sociale e produce un ceto colto dal quale si attinge a piene mani per la formazione della elite burocratico-giuridica del tempo. Messina in questi anni sembra tentare d’assumersi l’eredità della decaduta Amalfi e configurarsi come una sorta di nuova repubblica marinara del meridione d’Italia. I suoi cittadini provano ad affermare il carattere di civitas more Civitatum Lombradiae et Tusciae, cioè di libero comune. Nondimeno nella rivolta dei Vespri è la città determinante insieme a Palermo. Invia una flotta in difesa di questa e deve poi a sua volta subire un lungo assedio: la stoica resistenza della popolazione diventerà leggenda con le donne ad essere più ricordate, le eroine Dina e Clarenza su tutte. Nel frattempo i siciliani avevano offerto la corona di Sicilia a Pietro III d’Aragona, marito di Costanza, figlia del defunto Re Manfredi di Svevia, trasformando l’insurrezione in un conflitto politico fra siciliani ed Aragonesi da un lato e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie fazioni guelfe dall’altro. Il 26 settembre 1282 Re Carlo, sconfitto, fece ritorno a Napoli dando inizio di fatto alla dominazione spagnola. Nel trecento la città si propone come capitale del Regno e cerca d’imporre la propria egemonia al resto dell’isola. Nel XV secolo Messina sarà ricca e colta, patria del grande Antonello, e il raggio d’azione delle sue navi andrà dal Mar Nero alle coste atlantiche del Portogallo. La città vive nel suo porto e si identifica con questo, ritenuto il migliore del Mediterraneo per ampiezza, profondità e sicurezza. Nel 1492, all’età di 22 anni, Pietro Bembo chiese al padre il permesso di potersi recare a Messina alla famosa scuola di Costantino Lascaris, che veniva ritenuto il più illustre tra i grecisti dell’epoca; il Bembo rimarrà nella città dello Stretto fino al 1494.

Messina è dunque centro obbligato dei traffici per l’Oriente, con una fiorente industria della seta, almeno fino a quando con la scoperta dell’America lo Stretto, centro nodale del Mare Nostrum, non comincerà a perdere parte della sua importanza strategica e commerciale.

 

Franz Hogenberg, Veduta di Messina nella metà del ‘500, incisione acquarellata, Colonia 1599

 

Dal Rinascimento alla rivolta antispagnola

Agli inizi del Rinascimento il porto messinese e le sue fortificazioni rappresentano la base militare fondamentale, con il baluardo di Malta, contro l’espansione ottomana e la pirateria barbaresca. Ed è con la venuta dell’imperatore Carlo V a Messina nel 1535, reduce dalle strepitose vittorie in Africa contro i musulmani, che viene dato il via ai lavori per la costruzione di una nuova cinta muraria, iniziata nel giugno del 1537 su progetto dell’architetto e ingegnere militare Antonio Ferramolino da Bergamo. A nord viene inserito nella cortina fortificata l’abitato venutosi a formare nella zona degli “Orti di San Giovanni” (attuale Villa Mazzini); ad ovest vengono compresi il quartiere del “Tirone” e quello della “Giudecca” fino alla collina del Noviziato; ad est, infine, si include tutto il “Piano di Terranova” fra il Palazzo Reale e il mare. Il fatto urbanistico più rilevante dell’epoca è la realizzazione della strada Austria (attuale Primo settembre), in onore di Don Giovanni d’Austria reduce dalla memorabile battaglia di Lepanto del        1571 con la quale, al comando della Triplice Lega Cristiana la cui flotta era partita proprio da Messina, sconfisse definitivamente i Turchi. La nuova arteria stradale venne deliberata dal Senato messinese il 9 marzo del 1572 e realizzata dall’architetto e scultore carrarese Andrea Calamech.

Verso la metà del cinquecento nasce l’Università (seconda nell’isola a quella di Catania ed una delle più antiche in Italia), risultato di un clima culturale prodottosi in seguito all’emigrazione forzata di una serie di umanisti greci dopo la caduta di Bisanzio, ma soprattutto opera dei Gesuiti che già nel 1548, con Ignazio de Loyola, avevano fondato a Messina il primo Collegio al mondo, il famoso Primum ac Prototypum Collegium ovvero Messanense Collegium Prototypum Societatis Iesu, prototipo di tutti gli altri collegi di insegnamento che i religiosi fonderanno con successo in seguito, facendo dell’insegnamento il carattere distintivo dell’Ordine. Il Collegium in seguito si trasformò nel Messanense Studium Generale, ossia l’Università di Messina. L’Ateneo, fortemente appoggiato dal Senato che vedeva nel nuovo centro di educazione superiore un’ulteriore occasione di affermazione del profilo municipale e del peso politico della città, diviene ben presto un nucleo vivace di pensiero critico.

L’industria serica frattanto assurge a tali dimensioni che su richiesta si setaioli di varia provenienza, soprattutto toscani e veneti, viene concessa l’istituzione di un “Consolato della Seta” che conferisce alla Fiera di mezz’agosto un ruolo strategico come polo d’attrazione europeo e mediterraneo. La Fiera messinese - la più antica del mondo, fondata da Federico II di Svevia nel 1296 - costituisce in quel periodo il perfetto paradigma di una città votata per natura e per posizione al commercio.

Nel Seicento, grazie al forte del Santissimo Salvatore sulla punta della penisola di San Raineri, in grado di difendere egregiamente il porto e la città, la cortina muraria medievale lungo il fronte dell’ansa portuale viene demolita e al suo posto, dal 1622 al 1625, sorse la celebre e maestosa Palazzata, una serie compatta e continua di eleganti edifici opera dell’architetto messinese Simone Gullì. Nella prima metà del XVII secolo Messina raggiunge il periodo di massimo splendore economico, tanto da poter essere annoverata tra le dieci più grandi ed importanti città d’Europa. Nel 1638, l’Università fonda l’Hortus Messanensis, il più antico orto-botanico della Sicilia, e chiama appositamente Pietro Castelli da Roma per realizzarlo.

Ma si approssimava un evento fatale per le sorti della città. Nel 1674, la città dello Stretto si ribellò alla Spagna ma, non potendo sostenere da sola tale contrapposizione, chiese la protezione del re francese Luigi XIV, allora in lotta per egemonia in Europa, riuscendo così a mantenersi indipendente dall’impero spagnolo. Nel 1678, con la firma della pace di Nimega tra Francia e Spagna, Messina venne abbandonata a sé stessa dai transalpini e subì una crudele riconquista spagnola. Rioccupata, la città fu dichiara “morta civilmente” e privata di tutti i privilegi storici goduti sin dai tempi di Roma; fu chiusa l’Università ed venne abolito il Senato cittadino di cui se ne distrusse il palazzo, cospargendo di sale l’area in cui sorgeva in segno di disprezzo; si confiscarono e si trasferirono in Spagna alcune opere d’arte e soprattutto i preziosi documenti in pergamena contenenti le memorie storiche della città. Inoltre venne costruita una imprendibile fortezza pentagonale nella zona portuale per tenere sotto stretto controllo militare ogni eventuale tumulto: la Cittadella.

 

Peter Schenk, Messanae urbis Siciliae, acquaforte colorata, Amsterdam 1702

 

Dal Settecento al terremoto del 1908

La ripresa edilizia del secolo successivo, con la formazione e il completamento di nuovi borghi oltre la cinta rinascimentale (San Leone e Ringo verso nord; Zaera verso sud) e i progetti dell’architetto Filippo Juvarra fra il 1712 e il 1720, per la sistemazione urbanistica in senso scenografico della riviera nord, trovano un ulteriore drammatico ostacolo il 5 febbraio 1783, quando un violento terremoto manda in rovina buona parte della città: cadono il superbo campanile della Cattedrale, il Palazzo dell’Arcivescovado, il Palazzo Reale e la stupenda Palazzata. Nel novembre del 1788, con proprio bando, il Senato cittadino informa che la ricostruzione e la creazione di nuove arterie avverrà secondo i progetti redatti dagli architetti Giovan Francesco Arena e Francesco Saverio Basile. Alla realizzazione della nuova Palazzata si giungerà, invece, nel 1809, su progetto dell’abate architetto Giacomo Minutoli.

Il secolo XIX sembra riportare la città alla dignità dei suoi momenti più alti, caratterizzandosi per intensi fermenti culturali, febbrili realizzazioni edilizie ed urbanistiche (il Gran Camposanto, il Teatro Santa Elisabetta, i Quartieri Nuovi alla Mosella), e per gli incrementi delle attività finanziarie e commerciali. Viene restaurato il porto franco, ovvero l’esenzione dalle imposte doganali per le merci da e per lo scalo dello Stretto, e riaperta l’Università. Fu Messina, con i moti del 1847 (i “Camiciotti”, subito soffocati nel sangue), ad iniziare il Risorgimento Italiano. Nell’estate del 1860 molti sono i messinesi tra i “picciotti” che accorrono ad ingrossare le file dei Mille di Garibaldi, ma la cittadella di Messina, roccaforte dell’esercito borbonico, non si arrenderà che un anno dopo. Nel 1866 Giuseppe Mazzini viene eletto alla Camera dei Deputati nel collegio elettorale di Messina. Nel 1898 il comune diviene la settima tra le 27 città decorate con Medaglia d’Oro come “Benemerite del Risorgimento nazionale”: per commemorare le azioni eroiche della cittadinanza messinese nei gloriosi fatti del 1848, che iniziarono il risorgimento nazionale e la conquista dell’unità. Messina partecipò a tutti i moti rivoluzionari siciliani, da quelli del ‘20-’21 a quelli del 22 marzo 1821 e 1° settembre 1847. Nel 1884 Elias Metchnikoff scoprì, sempre a Messina, dove si era trasferito da qualche anno proveniente dalla Russia, la fagocitosi, cioè il processo di ingestione da parte della cellula di particelle di grandi dimensioni, che fa parte anche dei meccanismi di difesa dei vertebrati contro l’infezione batterica. Per tale scoperta Mechnikov fu insignito nel 1908 del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia.

Numerosi indicatori attestano che all’inizio del ‘900 il porto di Messina muove la maggior parte delle merci del comprensorio siculo-calabrese e che le bandiere estere alimentano oltre la metà del suo traffico. L’esistenza di circa 30 consolati esteri conferma l’interesse che lo scalo messinese riveste in questo periodo per il commercio internazionale. 

 

Una veduta della palazzata in un dipinto del 1740, attribuito ad Juan Ruiz. In primo piano la Cittadella, formidabile fortezza voluta dagli spagnoli all'indomani della rivolta

 

Pierre-Gabriel Berthault, Cattedrale di Messina prima del terremoto del 1783, acquaforte, Parigi 1829

 

Panorama dai Monti Peloritani della città ottocentesca

 

Piazza Duomo, prima metà del XIX^ secolo 

 

Uno scorcio della seconda palazzata del Minutoli con in primo piano il palazzo senatorio costruito al posto della Loggia dei Mercanti e la statua di Nettuno del Montorsoli di fronte

 

Il porto sempre trafficato

 

Messina: 28 dicembre 1908

Ma un evento ancora più terribile di ogni altra disgrazia finora abbattutasi sullo Stretto stava per accadere: all’alba del 28 dicembre 1908 una devastante scossa sismica cancella in un minuto quel percorso di crescita e di precisazione dei fenomeni urbani che aveva scandito la storia plurimillenaria di Messina. E’ un inferno quello che si scatena nella città peloritana: al terremoto succede il maremoto, la terra si spacca ed inghiotte gli esseri umani, divampano gli incendi. Muoiono 80.000 persone, più diverse altre migliaia nella vicina Calabria. Mentre le autorità sabaude latitano, i primi soccorsi giungono dagli eroici marinai di alcune navi russe presenti nei pressi, i quali compiono veri miracoli di abnegazione e di spirito di fratellanza. In pochi attimi erano state cancellate la vita e la laboriosità di un popolo, e con esso venivano perse per sempre alcune delle più belle opere d’arte mai ammirate in riva allo Stretto.

 

La Palazzata all'indomani del sisma

 

Piazza Duomo ridotta ad un cumulo di macerie

 

Il Monte di Pietà distrutto

 

Rovine di Porta Messina

 

La triste schiera dei cadeveri sul molo

 

 

Dal Fascismo al nuovo millennio

Ma come l’Araba Fenice rinasce dalle proprie ceneri, Messina risorse dalle sue macerie. A partire dagli anni Venti inizia la ricostruzione che coincide con gli anni del fascismo, tanto che la città s’identifica in parte con questo. La rinascita della città passa anche attraverso fermenti culturali che in forme e modalità diverse, negli anni Venti e Trenta, attraversano luoghi istituzionali del sapere, gruppi di intellettuali e singoli esponenti del mondo artistico, letterario e scientifico. Tra i due conflitti, gli indici statistici relativi ad attività economiche, crescita demografica, risorse produttive, occupazione e lavoro, strutture assistenziali e sanitarie, luoghi di ritrovo e di spettacolo, domanda ed offerta turistica, ecc. testimoniano il quasi ritorno alla “normalità”. Ma è la seconda guerra mondiale a portare nuove distruzioni: il porto, importante base militare, è ghiotto obiettivo per gli aerei alleati, con i bombardamenti che riducono nuovamente in polvere le case e l’animo dei messinesi (oltre 1000 morti e la metà degli edifici distrutti o danneggiati). Ancora una volta si ricostruisce tenacemente quello che la follia dell’uomo, dopo quella della natura, aveva gettato al suolo.

 

Bombardamenti sul porto

 

La difesa contraerea in nottuna

 

Si attacca sul molo

 

La città è nuovamente distrutta

 

L’immediato dopoguerra inaugura un periodo di nuova laboriosità. Nascevano in quegli anni “La Gazzetta del Sud” per volontà di Uberto Bonino, spezzino d’origine, ma messinese di adozione, la “Rassegna Cinematografica Internazionale”, oggi con sede a Taormina, che ospita artisti di fama internazionale, mentre le industrie Rodriquez producono il primo aliscafo del mondo. Nel giugno del 1955, per volontà di Gaetano Martino, si svolge la “Conferenza di Messina”, passo fondamentale e decisivo verso la costituzione dell’Eratom e della CEE, diventata in seguito Unione Europea. La città vive nei decenni seguenti una fase di boom edilizio e demografico, arrivando alla fine degli anni Ottanta ad una soglia massima di 280.000 abitanti. Queste crescita, alimentata da flussi provenienti dalla provincia e dalla vicina Calabria, non è stata  tuttavia accompagnata da un adeguato sviluppo economico/infrastrutturale che solo nei primi anni Duemila ha ripreso, seppur lievemente, un trend positivo. E’ il terziario ad essere il settore trainante dell’economia cittadina, in larga parte per le ricadute dell’indotto portuale. Un’altra fetta consistente di occupati viene assorbita nei servizi pubblici, specie dagli enti locali e dall’Università. Il settore commerciale è particolarmente vivo nel centro città, mentre nella zona sud si trovano diversi punti vendita della grande distribuzione. Il secondario trova spazio nella Zona Industriale Regionale (ZIR), in particolare con attività specializzate nella molitura del grano, nella produzione di caffé, birra ed altri generi alimentari. Il Distretto Artigianale di Ladreria, sempre nell’area meridionale della città, è sede di numerose imprese con produzioni di alta qualità (mobili, materiale prefabbricato e per l’edilizia, nautica). Una menzione a parte merita il settore della cantieristica navale, tradizionale attività cittadina, presente nella zona falcata del porto con grandi e prestigiosi cantieri insieme ad uno storico Arsenale della Marina Militare. Tra le produzioni agricole del distretto peloritano spiccano gli agrumi con l’autoctono “limone interdonato”, la vite da cui si producono i DOC Faro e Mamertino, e l’ulivo da cui si ha un ottimo olio DOP. 

Infine, il settore turistico fa registrare presenze consolidate nel crocierismo (oltre 300.000 arrivi nel 2007) e nelle attività balneari. Le bellezze di Messina, insieme ai poli d’attrazione di Taormina, di Milazzo e delle Isole Eolie, fanno sì che quella messinese sia, dopo Napoli, la provincia più visitata del sud Italia.

 

 

Panorama della città da Tremonti

 

La falce portuale dalle alture di Monte Ciccia

 

Navi da crociera in porto

 

Lungomare e porticciolo turistico

 

La Riviera

 

Capo Peloro con i laghi di Faro e Ganzirri

 

Punta Faro con la Calabria sullo sfondo

 

Panorama sui due mari dal Pilone di Torre Faro

 

La chiesa di Grotte e il mare dello Stretto

 

Piazza Cairoli

 

Palazzo Zanca, sede del Municipio

 

Una veduta del Santuario di Montalto dalla piazza del Municipio

 

Il Santuario di Montalto 

 

Galleria Vittorio Emanuele

 

La chiesa dei Catalani

 

Piazza Duomo

 

Il Sacrario di Cristo Re

 

Messina al tramonto

 

Fuochi d'artificio per la Vara di mezzagosto

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