Esistono pochi luoghi al mondo dove si concentrano, al contempo, tante meraviglie che la natura ci ha donato e che l’ingegno dell’uomo ha prodotto. Il Mediterraneo, culla di quelle civiltà che hanno segnato lo sviluppo dei popoli, trova nello Stretto di Messina quella centralità che in fisica è sinonimo di equilibrio e quella medianità che in morale è simbolo di virtù. La speciale posizione di questo braccio di mare, da un lato offre al pennello dell’artista e all’obbiettivo del fotografo splendide vedute, dall’altro richiama lo scienziato allo studio di importanti fenomeni attinenti alla geofisica, all’oceanografia e alla climatologia, nonché particolari aspetti relativi alla flora e alla fauna. Come ogni luogo in cui la presenza dell’uomo si è protratta nei secoli, anche lo Stretto trova il suo elemento originario nel mito, con la separazione della Sicilia dalla Calabria attribuita ad un poderoso colpo di tridente del dio Nettuno. Prima degli Argonauti, Ercole attraversa questo tratto di mare aggrappato alle corna di un toro. Quindi Omero narrerà i pericoli dei mostri che abitano le acque del Fretum Siculum. Solo l’astuto Ulisse, già scampato a tante peripezie, riuscirà a superare l’estrema prova tra Scilla e Cariddi. Ed ancora il mito della Fata Morgana, individuato oggi in un raro – se non unico – fenomeno di rifrazione ottica, e quello di Colapesce, prodigioso pescatore sacrificatosi per sorreggere la vacillante colonna sulla quale poggia questo angolo di Sicilia (evidente in tal senso il riferimento all’elevata sismicità dell’area).
Tra le leggende che si intrecciano, fondendosi, con quelle del territorio affacciato sullo Stretto, due in particolare ci collegano direttamente all’evento primigenio delle città di Messina e Reggio. Da una parte la leggendaria evirazione di Urano da parte di Crono, la cui falce andrà a formare il braccio sabbioso che oggi chiude il grande porto peloritano. La “falce cronia”, come scrive Callimaco, l’antica Zancle. Dall’altra il mito di Giocasto, figlio del dio dei venti Eolo, primo signore della costa reggina sulla cui monumentale tomba sarà poi fondata la colonia di Reghion.
La mitologia, dunque, diviene il substrato comune di un luogo dove nella natura si manifesta il soprannaturale, l’evento straordinario, dove molte cose costituiscono meraviglia. Una natura dalla congenita esuberanza che ci permette di ammirare l’avifauna migratoria nella laguna di Capo Peloro ed il passaggio dei grandi cetacei nelle profonde acque dello Stretto. Questo è regno incontrastato del pesce spada, il nobile rostrato di cui ancora oggi si pratica la tradizionale pesca artigianale a bordo delle feluche.
Area di miti e di curiosità naturali, ma anche terra di confine e frontiera di naviganti. Su questi lidi, agli albori del cristianesimo, sbarca S. Paolo per divulgare la Buona Novella, gettando così le basi per la forte devozione mariana delle due città. In età medioevale S. Francesco da Paola attraverserà lo Stretto trasportato miracolosamente sul suo mantello. Curiosando poi nelle tradizioni popolari, si scopre che gli abitanti di Ganzirri, sulla riviera messinese, conservano da tempo immemore un particolare culto per la Madonna di Polsi, il cui santuario si trova in una verdeggiante vallata dell’Aspromonte. L’origine di tale adorazione và probabilmente rinvenuta nell’antica solidarietà tra i marinai dello Stretto, che trovava motivo di consolidamento nella vicinanza delle due terre e nella pericolosità che un tempo non lontano caratterizzava la navigazione in questo tratto di mare.
Proprio le interazioni che si sono sviluppate tra la costa calabra e quella siciliana, d’altra parte, sostanziano quell’idea di “Area metropolitana dello Stretto” che oggi da più parti viene sostenuta. Già in epoca classica intense furono le relazioni tra le colonie calcidiesi della Magna Grecia. In seguito, pur essendo diverso il ruolo delle due città dello Stretto, molto forti sono i legami funzionali: mentre Messina è il grande porto del Mediterraneo, Reggio fa capo allo scalo peloritano per tutti i rapporti marittimi e commerciali con l’estero ed è il retroterra calabrese a fornire legname, bestiame ed altri generi di prima necessità che scarseggiano nel territorio messinese privo di un entroterra agricolo. Tali interrelazioni vengono nei secoli a perfezionarsi attraverso l’acquisizione, specie da parte messinese, di funzioni direzionali e commerciali che travalicano i limiti geografici del canale e vanno ad interessare un’area più vasta compresa tra la bassa Calabria e la cuspide nordorientale della Sicilia. Lo Stretto si configura dunque non solo come punto di passaggio, ma anche come polo di confluenza di un’ampia fascia di comuni, caratterizzato da forti relazioni sociali e da una certa integrazione delle funzioni che riguardano l’erogazione di servizi primari, tra i quali spiccano quelli in ambito universitario e sanitario.
Le città di Reggio e Messina condividono così un patrimonio comune fatto di miti, bellezze paesaggistiche, tradizioni religiose, nonché quotidiani rapporti frontalieri, nei quali il mare che le divide diviene il filo conduttore della propria esistenza, sublime mezzo d’unione nel quale specchiarsi ed identificarsi. Ciò perché queste acque sanno a ciascuno svelare particolari segreti e suscitare sentimenti non comunicabili nella loro integrità. Identificarsi, infatti, significa stabilire un legame, un’osmosi in cui soggetto ed oggetto vengono a riflettersi e a combinarsi tra loro. Tale connubio implica una forma di empatia per la quale gli accadimenti dell’uno si espandono sull’altro. Ma in un territorio ove la furia degli elementi ha privato le città di gran parte delle proprie eccellenze artistiche, stravolgendo l’assetto urbano ed i luoghi nei quali si immedesima la memoria collettiva, il senso di appartenenza rischia di essere confuso e obnubilato. Esiste però un elemento che riesce ad unire tutti e sul quale neanche i più disfattisti riescono a obiettare: lo scenario naturale dello Stretto che magicamente riscuote pareri unanimi riguardo la sua recondita avvenenza. Questo in quanto il bello ha un potere profondo sull’animo umano, la relazione col sublime scava a fondo nella personalità e tocca i nuclei più profondi. Non a caso, quello con il mare è forse l’unico rapporto che messinesi e reggini non hanno mai perduto, fornendo loro una sorta di imprinting di base.
In tal senso, l’esigenza di dare una originale rappresentazione del bello che nello Stretto trova dimora, andando oltre le tradizionali immagini “da cartolina”, ha costituito il punto di partenza verso una mostra fotografica (“Lo Stretto indispensabile”, ndr) ad esso dedicata. Abbiamo dunque provato a ritrarre lo Stretto come un mosaico formato da un insieme di tasselli, ai quali va sì riconosciuta una propria valenza specifica, ma che solo alle nostre latitudini diventano strettamente indispensabili alla formazione di un coerente quadro rappresentativo. Si è così formato un inedito, ma affiatato, “raggruppamento temporaneo di associazioni”, neologismo che mi piace contrapporre alle joint ventures della prassi economico-aziendale. Il risultato è un racconto per immagini, sapientemente raccolte in questo volume, di quello che dello Stretto è parte integrante quanto, talvolta, poco narrata. Un viaggio attraverso i suoi naturali caratteri distintivi: il mare e le sue genti, i laghi, il vento, le nuvole, gli sfondi unici della natura entrati nella nostra quotidianità e divenuti ormai frammenti sostanziali del comune immaginario. Un’insieme di sfumature cromatiche ed emozionali che sei amici fotoamatori, attraverso il saggio uso dell’obiettivo, hanno saputo filtrare dalla bellezza di un territorio, che per la natura dei luoghi e la ricchezza delle stratificazioni culturali accumulatesi nei secoli, avrebbe meritato, come ancora merita, un migliore destino.
Diego Buda – Presidente Associazione “Torre del Faro”
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Da: elio gervasi su 9 Agosto 2009
alle 10:50 am